sabato 19 novembre 2022

Il Ritorno del Soldato [RECENSIONE]

 



Autrice: Rebecca West
Casa Editrice: Fazi Editore
Pagine: 144
Prezzo: 16 € (cartaceo) - 8.99€ (ebook)




Trama: In una casa signorile sulle colline inglesi Kitty e Jenny, come molte connazionali, attendono trepidanti il ritorno di un uomo. Il soldato Chris Baldry, marito di Kitty e cugino di Jenny, si trova «da qualche parte in Francia» a combattere. Nessuna delle due immagina che a varcare la soglia sarà un estraneo, un uomo segnato dalla guerra in maniera indelebile, illeso nel corpo ma dalla psiche martoriata. Insieme al ricordo delle granate e delle membra dilaniate di tanti commilitoni, il trentaseienne Chris ha rimosso gli ultimi quindici anni della propria vita: non rammenta nulla del matrimonio con l’aristocratica Kitty né della tragica perdita del loro figlio, avvenuta poco prima della guerra. I suoi ricordi si fermano alle estati della giovinezza nella casa di famiglia e al primo amore, quello per Margaret, la figlia di un fattore locale. È a lei che scrive annunciando il proprio ritorno imminente e, per un crudele scherzo del destino, è proprio da lei che Kitty e Jenny ricevono la notizia. Le due donne dovranno affrontare una scelta difficile: lasciare che Chris rimanga felicemente inconsapevole della sua vera vita o aiutarlo a richiamare alla memoria i traumi del passato.


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"Il dolore non è la pura melanconia che immaginano i giovani. E' come l'assedio in una città tropicale. La pelle si secca, la gola è riarsa come se si vivesse nella calura del deserto. L'acqua e il vino hanno un sapore caldo in bocca e il cibo ha la sostanza della sabbia. Si ringhia a quelli che ci stanno intorno e i pensieri pungono nel sonno come zanzare..."



Dopo la trilogia della Famiglia Aubrey e altri romanzi altrettanto chiacchierati, Fazi pubblica il romanzo d’esordio di Rebecca West, che ho avuto la possibilità di leggere in anteprima.
Pubblicato nel 1918, praticamente in contemporanea rispetto al periodo in cui si svolgono le vicende, il romanzo tratta questioni delicate come il primo conflitto mondiale e le ferite invisibili che colpiscono l’animo e la mente dei soldati di ritorno dal fronte.

Protagoniste del romanzo sono tre donne, Jenny, la nostra narratrice, Kitty e Margaret; a dividersi il loro sfaccettato e complicato amore c’è Chris, il soldato che torna dal fronte incompleto, con un amnesia che gli ha fatto dimenticare gli ultimi quindici anni di vita. Niente è rimasto in lui del suo matrimonio con la bella Kitty, della vita che hanno vissuto nella maestosa tenuta di campagna di Baldry Court, o ancora del lutto che ha colpito entrambi quando, cinque anni prima, il loro unico figlio è scomparso prematuramente.
Tutto ciò che Chris ricorda, e di cui non può vivere senza, è Margaret, la donna che ha amato in gioventù e l’unica che sembra in grado di dargli pace e la serenità di cui la sua mente dilaniata ha bisogno.

Inizia così un racconto fatto di ricordi spezzati e a lungo tenuti nascosti, di un tempo in cui la guerra era lontana e con lei i traumi della trincea: il soldato vive in un mondo tutto suo, crogiolato in quella amnesia che gli dà pace, una pace che si incarna in Margaret, donna salvifica che ha una funzione di Beatrice contemporanea. A lei e solo a lei si concede tutto, questa donna che all’esterno viene spesso descritta come vecchia, povera, che trascorre una vita in un matrimonio altrettanto povero e squallido.
In contrapposizione a lei c’è Kitty, il presente, la società edwardiana fatta di salotti e feste, che ora si trova sull’orlo del precipizio: Kitty è un personaggio che inizialmente risulta sgradito, a cui, al contrario della perfetta Margaret, non si perdona nulla, anzi la West non perde occasione, attraverso i pensieri di Jenny, di sottolineare quanto sia inadatta e inutile. Per lei ho provato molta pena: Kitty è anche lei una vittima degli eventi, eppure a nessuno interessa sentire la sua voce; l’autrice stessa la zittisce, relegandola sullo sfondo, al ruolo di personaggio fastidioso, che non ha neanche diritto di manifestare il proprio dolore o il proprio lutto. Sinceramente non mi è piaciuto com’è stata ingiustamente trattata, i pensieri che Jenny le riserva, il modo in cui tutto il suo mondo viene rotto di prepotenza, dissacrato anche nei luoghi più sacri come la nursery del proprio figlio.  Se Rebecca West le avesse concesso la parola, secondo si sarebbe potuto creare un personaggio sfaccettato e molto interessante…
Infine veniamo a Jenny, la cugina di Chris, la persona che ci narra dal suo punto di vista gli avvenimenti che accadono nel giro di qualche settimana: Jenny è un personaggio mediocre, nel senso che non è buono e neanche cattivo, esiste a basta, ha la sola funzione di narrare, mentre risulta inutile nel progredire degli eventi. Nessuno è davvero interessato a lei, neanche Chris, con cui ha condiviso l’infanzia e giornate infinite a Baldry Court; solo Margaret si confessa alla sua presenza, anche se queste confessioni sembrano inserite più ai fini della trama – quindi per sottolineare la perfezione e la beatitudine della donna – che per mettere in luce Jenny. Insomma, per me Jenny è quella cugina/persona che sta sempre in mezzo ai piedi, che si impiccia di tutto, ma di cui se ne può fare a meno. Per quanto mi riguarda, probabilmente avrei preferito un narratore onnisciente che questa voce spesso fastidiosa e ponta a elargire giudizi e critiche non richieste.

Il Ritorno del Soldato si inserisce tra i romanzi che trattano in varie maniere la questione della guerra e cosa questa ha comportato per gli uomini. Il tema di quella che venne chiamata war neurosis o shell shock è presente in romanzi ben più noti come La Signora Dalloway di Virginia Woolf o negli scritti di coloro che la guerra l’hanno vissuta in prima persona. I poeti di guerra sono tanti in quei tempi, molti di loro moriranno suicidi, vittime di un “guasto della guerra” che ha messo in discussione tutto, non solo le dinamiche sociali, ma anche la stessa figura del soldato, non più eroe trionfatore senza macchia, ma uomo fragile e spezzato, i cui resti difficilmente sono rimessi insieme.

Ben conscia che questo sarebbe stato il tema principale di questo romanzo, mi sono buttata a capofitto della lettura, impaziente di trovare una trama più dinamica, un’analisi più approfondita di questa problematica: volevo amare ogni personaggio, volevo entrare davvero nella psiche di Chris, essere disturbata dalla sua storia e dal dolore che la perdita di memoria dell’uomo amato avrebbe causato sulla sua famiglia. Le promesse, purtroppo, non sono state mantenute: come già accennato, il soldato è una macchietta sfuggente, la sua voce è flebile, fugace, si sente pochissime volte. Non sono riuscita in nessun modo ad empatizzare con lui, a volergli bene, ad arrivare alla conclusione del libro davvero interessata al suo futuro.
La stessa cosa vale anche per gli altri personaggi – l’unica per cui ho provato qualcosa è stata Kitty – che avrebbero dovuto reggere il peso di questo romanzo breve, ma che alla fine ne vengono schiacciati.
Alla fine non c’è nessuna gioia per nessuno di loro, come non c’è gioia per il lettore: credo che, semplicemente, al termine di questo romanzo tutti quanti – lettori compresi – ne escono perdenti.

sabato 15 ottobre 2022

Foundryside [REVIEW PARTY]

 



Autore: Robert Jackson Bennet
Casa Editrice: Mondadori - Oscar Vault
Pagine: 600
Prezzo: 19 € (cartaceo) - 9.99€ (ebook)


Trama: Sancia Grado è una ladra, e una ladra tremendamente brava. Il suo ultimo obiettivo, un magazzino sorvegliatissimo sul molo di Tevanne, non sembra per niente fuori della sua portata. Ciò che Sancia non sa è che quello che le hanno chiesto di rubare è un manufatto dal potere inimmaginabile, che potrebbe rivoluzionare la tecnologia magica delle istoriazioni. Le compagnie mercantili che controllano questo potere – l'arte di usare speciali segni per far diventare gli oggetti quotidiani senzienti – l'hanno già usato per trasformare Tevanne in una spietata macchina capitalista. E se dovessero riuscire a decifrare i segreti del manufatto, riscriverebbero il mondo stesso per adattarlo ai loro scopi. Nemici potenti vogliono Sancia morta e il manufatto per sé. E nella città di Tevanne non c'è nessuno che possa fermarli. Per avere una possibilità di sopravvivere e di fermare il letale processo che si è messo in moto, la ragazza dovrà schierare alleati improbabili, imparare a sfruttare il potere del manufatto e, soprattutto, dovrà trasformarsi in qualcosa che non avrebbe mai immaginato.


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Dopo tanta attesa è stato finalmente pubblicato anche in Italia Foundryside, il primo capitolo di una trilogia fantasy che si prospetta essere originale e piena di colpi di scena. Oggi, finalmente, ve ne parlo in occasione de Reviewparty organizzato grazie a Mondadori insieme ad altre belle personcine.

Le vicende presentate in questo primo libro si svolgono interamente a Tevanne, città con forti richiami all'Italia rinascimentale - in particolare quella dei mercanti veneziani e della repubblica di Firenze - dove il potere è in mano ai pochi e la maggior parte della gente vive in quella zona decadente chiamata Foundryside, una striscia di terra dove non ci sono regole o leggi. Qui vive Sancia, giovane ladra scaltra e dal passato misterioso; a lei, infatti, verrà affidata una missione che sembra impossibile: rubare un oggetto prezioso e da molti bramato, simbolo di un passato distrutto e avvolto nel mistero. Ovviamente, nel reccuperare questo oggetto qualcosa andrà storto e, suo malgrado, Sancia si ritrovarà immischiata in una serie di complotti e segreti spesso più grandi di lei.
Insieme a lei troviamo altri personaggi molto ben delineati, a cui ci si affezione nel corso della lettura: se Sancia è infatti un'eroina a cui non si può non voler bene, forte e fragile, con un passato doloroso alle spalle e tanti, tantissimi soprusi subiti, anche gli altri protagonisti non sono da meno. Gregor, Orso, Berenice, ma anche il misterios Clef, sono splendidamente caratterizzati, con molte debolezze, segreti e traumi subiti. La caratterizzazione di ognuno di loro è magistralmente eseguita ed è sicuramente uno dei grandi punti di forza di questo libro.

Altro punto di forza del romanzo di Bennett è certamente il sistema magico, un sistema con forti richiami allo steampunk, che l'autore americano ci presenta come intricato (alle volte anche troppo) e basato su iscrizioni capaci di comandare gli oggetti a loro piacimento o, addirittura, rendere questi senzienti. Proprio la capacità di maneggiare questa antica arte è ciò che distingue i ricchi mercanti dai comuni cittadini. A questa, inoltre, essi associano la conoscenza presente nei libri, la sapienza che questa porta, e lo studio di antiche civiltà dove gli Occidentali, anche chiamati Ierofanti, erano in grando di elevarsi a déi attraverso iscrizioni complesse e criptiche.
 

Insomma, un libro alla volta complesso, alle volte anche troppo, composto da tanti termini usati per spiegare le varie funzioni di ogni cosa; spesso questo mi ha fatto sentire confusa durante la lettura e avrei avuto bisogno non solo di una mappa, ma anche di un glossario o uno schema riassuntivo di ogni termine. Spero che nel prossimo libro, Shorefall, questa mancanza venga colmata. Nonostante questo intoppo, però, la maestria di Bennett è innegabile.

Parliamo poi dello stile: ti cattura subito, non solo per il suddetto sistema magico, ma anche perchè sa ben bilanciare dialoghi e scene d'azione con le descrizioni e le emozioni, senza che un aspetto surclassi l'altro. Soprattutto nella parte finale del libro l'azione è al centro della narrazione, ma non annoia mai e non è mai ripetitiva: come lettrice sono stata incollata al romanzo fino all'ultima pagina, emozionandomi e soffrendo insieme ai personaggi, sperando per il meglio. Foundryside mi ha stupito davvero tanto, e spero con tutto il cuore che anche i successivi siano all'altezza, anzi che siano anche meglio!

Consiglio senza pensarci due volte di leggere Foundryside, una chicca tenuta troppo a lungo nascosta nascosta e che ora sta avendo il giusto riconoscimento, e prometto che non ve ne pentirete!
Grazie a Mondadori per avermi dato la possibilità di (ri)leggere questo libro e alle ragazze che hanno partecipato all'evento.


mercoledì 12 ottobre 2022

Gioventù (Trilogia di Copenaghen #2) [RECENSIONE]

 


Autrice:
Tove Ditlevsen

Casa Editrice: Fazi Editore
Pagine: 176
Prezzo: 15 € (cartaceo) - 8.99€ (ebook)


Trama: Dopo Infanzia, il secondo capitolo della trilogia di Copenaghen, grande classico della letteratura danese oggi riscoperto e acclamato a livello internazionale.
La piccola Tove è cresciuta in fretta: costretta ad abbandonare la scuola molto presto, a quattordici anni compie i primi passi nel mondo del lavoro. Indossato il vestito buono e infilato il grembiule in cartella, di prima mattina si presenta a casa della signora Olfertsen, che l’ha assunta come domestica. Durerà soltanto un giorno, e sarà la prima di una serie di esperienze mortificanti. Lasciata l’abitazione dei genitori, la ragazza si sistema in una stanzetta fatiscente; la notte dorme col cappotto addosso e deve sottostare a una padrona di casa nazista, ma quei pochi metri quadrati sono solo suoi. Insieme all’emancipazione arrivano nuove amicizie, vita notturna, e la scoperta degli uomini, con cui vive degli incontri maldestri e mai veramente desiderati. Lei ha fame d’altro: di poesia, di amore, di vita vera. Mentre l’Europa scivola nella guerra Tove, determinata nel perseguire la sua vocazione poetica, va per la sua strada, lungo il difficile cammino verso l’indipendenza. Uno sguardo sempre più affilato, una personalità sempre più definita: costantemente in bilico tra una libertà appena conquistata e lo spaesamento che questa comporta, comincia a delinearsi il tipo di adulta che diventerà.
Gioventù è il ritratto straordinariamente onesto e coinvolgente di una fase cruciale della vita, e Tove Ditlevsen, ancora una volta, ha un grande merito: nel raccontarci di sé ci rivela qualcosa su tutti noi.

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A poco più di sei mesi dall’uscita di “Infanzia” torna in libreria per Fazi Editore, che ringrazio per avermi dato la possibilità di leggerlo in anteprima, Tove Ditlevsen con il suo secondo capitolo della trilogia di Copenaghen: Gioventù.

Trascorsi gli anni spensierati dell’infanzia ritroviamo la giovene Tove, ora quattordicenne, nella sua piccola e modesta casa nel quartiere di Vesterbro dove vive insieme alla madre, donna esigente e che per la figlia ha solo in mente un matrimonio vantaggioso, e al padre, socialista che si rabbatta tra un lavoro e l’altro. Tove sogna l’emancipazione dalla sua famiglia, un'indipendenza sociale ed economica che arriverà solo con la maggiore età, oltre che potersi mantenere con ciò che più ama al mondo: la poesia.
Non è una sorpresa, dunque, coglierla nelle primissime pagine del romanzo a barcamenarsi nel suo primo lavoro, che durerà soltanto un giorno, e successivamente a ritagliarsi il suo posto in una società – e una città – difficile dove la povertà è sempre dietro l’angolo e il malcontento della gente cresce di giorno in giorno. Tra un lavoro e l’altro, Tove inizia a esplorare la vita mondana danese, grazie anche alla sua nuova amica, Nina, che la aiuterà a conoscere i primi ragazzi e a capire come muoversi nel complicato mondo delle relazioni uomo-donna. Da qui inizia anche una riflessione sulla femminilità, sul sentirsi accettata dai suoi coetanei, sulla propria sessualità e come questa sembra essere percepita dalla scrittrice in modo diverso rispetto alle altre ragazze che incontra. La Ditlevsen, infatti, non si ritiene bella e ribadisce più volte il disinteresse della maggior parte dei ragazzi nei suoi confronti: i suoi vestiti sono fuori moda, i suoi denti cariati, i suoi capelli male acconciati e quasi sempre sporchi. Il suo ceto sociale le preclude semplici lussi come una doccia in casa – fa sorridere quando, verso la fine del libro, Tove farà la sua prima doccia in casa dell’editore che pubblica la sua prima poesia – e anche quando finalmente riuscirà a lasciare la casa paterna le cose non andranno meglio, anzi. Ma tutto è passeggero, così come lo è la gioventù, che la stessa autrice definisce come “provvisoria, fragile e incostante”, una parentesi della vita “fatta per lasciarsela alle spalle”"

Gioventù si può dunque definire come una lunga cronaca di avvenimenti quotidiani che si susseguono per poco più di quattro anni: siamo alla fine degli anni ’30, il malcontento sta crescendo in Europa e in Danimarca, ma noi ci ritroviamo a leggere le vicende di una ragazza come tante di quell’epoca, fatta di alti e bassi. Nelle centosettanta pagine che compongono il romanzo non c’è azione, non succedono cose strabilianti, eppure non si può fare a meno di essere catturati dalla tenacia e dai sogni di questa giovane, di soffrire davanti all’alienazione che la pervade o gioire con lei quando si intravede uno spiraglio di luce. A differenza di Infanzia, però, qui iniziamo ad essere informati del contesto politico che sta cambiando, della guerra imminente e delle sciagure che questa porterà: dall’abdicazione di re Edoardo, all’invasione dell’Austria da parte della Germania nazista, continuando per quella della Polonia che porterà l’Inghilterra a dichiarare guerra, l’autrice ci dà briciole di informazioni che sono fondamentali e che cambiano il tono della storia man mano che questa procede. Inoltre, la poetessa danese ci fa capire come anche la sua vita, una vita apparentemente insignificante di ragazza di periferia, sarà per forza di cose segnata da questi avvenimenti. Tutto, insomma, sta cambiando e ci si prepara a quello che accadrà nell’ultimo capitolo di questa particolare biografia.

Come successo con “L’Educazione” di Tara Westover, in questi due romanzi – Infanzia prima e Gioventù adesso – fa specie il distacco con cui l’autrice parla di sé stessa: mai una volta sembra di leggere una biografia classica, al contrario lo stile di scrittura lascia pensare che questa storia sia romanzata, che parli di un’altra Tove, di un’altra vita e non quella della stessa autrice. Il lavoro di penna della Ditlevsen è davvero notevole, sicuramente il suo punto forte, risultando così distaccata ma empatica con i lettori nello stesso momento. Ancora una volta mi sento di consigliere questo titolo, un manifesto di forza ed emancipazione femminile da poco riscoperto, che fa conoscere al mondo la vita di una delle poetesse scandinave più famose e talentuose del XX secolo.
 

mercoledì 21 settembre 2022

Due Settimane in Settembre [RECENSIONE]

 


Autore: R.C. Sherriff
Casa Editrice: Fazi Editore
Pagine: 352
Prezzo: 18.50 € (cartaceo) - 9.99€ (ebook)


Trama: Ecco a voi la famiglia Stevens, intenta a prepararsi per la consueta vacanza annuale sulla costa inglese. I coniugi Stevens hanno visitato Bognor Regis per la prima volta durante la luna di miele e, da allora, questo viaggio è tradizione: ogni anno, accompagnati dai tre figli, alloggiano nella stessa pensione e seguono lo stesso programma accuratamente affinato. La pensione Vistamare è sempre più dimessa, ma che felicità prenotare una cabina in spiaggia un po’ più grande del solito e riscoprire dei luoghi tanto cari! Il signor Stevens torna riposato dalle passeggiate solitarie in cui riflette sulla propria vita, non priva di delusioni e rimpianti; la signora Stevens fa tesoro di un’ora trascorsa seduta in silenzio con il suo bicchiere di porto; la ventenne Mary assaggia il romanticismo per la prima volta; il giovane Dick evade dal malessere in cui è sprofondato con l’ingresso nel mondo del lavoro; il piccolo Ernie ha l’occasione di coltivare la sua passione: i treni e le stazioni. Ognuno, in famiglia, si gode questo breve idillio assaporando la vacanza momento per momento, consapevole che le cose potrebbero non essere le stesse, il prossimo anno.

Nella sua prima traduzione italiana, Due settimane in settembre è un vero e proprio toccasana: una lettura in grado di sollevare lo spirito, dalla quale non si può che uscire con il sorriso sulle labbra. Bestseller all’epoca della pubblicazione, oggi riscoperto ed elogiato a livello internazionale, è un romanzo straordinario che celebra i piccoli piaceri della vita ordinaria.



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"Sapeva che il tempo scorre in maniera uniforme solo sulle lancette dell'orologio: per gli uomini può adattarsi e quasi fermarsi del tutto, accellerare precipitosamente, saltare baratri e poi rallentare di nuovo. Sapeva, con un po' di tristezza, che  alla fine il tempo recuperava sempre la distanza"


Due settimane di settembre è un romanzo dello scrittore e sceneggiatore inglese Robet Cedric Sherrif, celebre per la sua opera J
ourney's End (Il grande viaggio), da cui recentemente è stato tratto anche un film con, tra gli altri, Sam Clafin e il Morfeo di Sandman, Tom Sturridge. Arrivato per la prima volta nelle librerie italiane il 13 di Settembre per Fazi editore, che ringrazio per la copia digitale in anteprima, il romanzo è ambientato negli anni che separano i due conflitti mondiali e parla di una famiglia della medio borghesia inglese, gli Stevens, che ogni anno in settembre si recano per due settimane a Bognor Regis, cittadina marittima del West Sussex.

L’idea del romanzo è nata proprio durante una vacanza dello stesso scrittore a Bognor, quasi per caso: lo stesso Sheriff  ci racconta nella prefazione che non aveva preparato alcuna scaletta e che neanche nel corso della scrittura neanche lui sapeva cosa sarebbe successo. Un libro, dunque, nato quasi per caso, ma che fu subito apprezzato sia dalla critica che dal pubblico.
Come suddetto, la trama è molto semplice: la famiglia Stevens, composta dai genitori e i loro tre figli, vivono nella periferia non lontano da Londra e ogni anno da più di vent’anni – ovvero da quando si sono sposati – visitano tutte le estati Bognor, prendendo residenza nella pensione di Vistamare. Qui per due settimane si lasciano i problemi e le preoccupazioni della vita di città per dedicarsi a ciò che più li rende felici, siano queste lunghe passeggiate, una buona pinta di birra a un pub o sorseggiare un buon bicchiere di porto mentre ci si gode il silenzio.



Il romanzo inizia precisamente il giorno prima della partenza: nei primi capitoli, infatti, troviamo gli Stevens presi dagli ultimi preparativi – preparare il pranzo al sacco, avvisare il lattaio di lasciare mezza bottiglia di latte per il gatto, lasciare il canarino alla vicina e tante altre piccole cose. Tutti sono emozionati in maniera diversa e sin da subito si percepisce nell’aria quelle vibrazioni che ognuno di noi ha provato prima di un viaggio: tutto deve essere in ordine, non bisogna assolutamente dimenticare nulla, per non parlare poi dei mezzi di trasporto. Pian piano iniziamo a conoscere questa famiglia e le sue abitudini: il Signor Steven, che non si vuole mai far vedere debole e ama le passeggiate; la Signora Stevens, piena di paura e che spesso vorrebbe evadere dalla routine; Dick, secondogenito diciassettenne, che da un anno lavora in una ditta londinese che detesta e vorrebbe di più, trovare una felicità e un appagamento che sembra sfuggirgli nonostante l’indipendenza economica e l’età adulta che si avvicina; Mary, la figlia maggiore, che si perde tra amicizie e amori estivi prima di ritornare al suo lavoro a Londra; e infine Ernie, che incarna la fanciullezza e la spensieratezza, unico che ancora riesce a godersi le vacanze e il bello in ogni cosa.

Quello che mi ha colpito di più di questo libro è l’incomunicabilità che c’è tra i personaggi: sebbene gli Stevens siano nel complesso una famiglia felice, che si vuole genuinamente bene e riesce alla fine a trovare il lato positivo in tutto, ci sono cose di cui non riescono a parlare. Dick, per esempio, non riesce a parlare con il padre di quanto il suo lavoro lo renda infelice, troppo intimorito al pensiero di deluderlo, di non essere più il figlio di cui può andare fiero; ancora, la Signora Stevens non riesce a comunicare il suo disperato bisogno di cambiamento, di una vacanza diversa, una che non le metta perennemente ansia e disagio. Questi sono solo due esempi, ma il libro è piano di momenti in cui la solitudine per me si affaccia prepotente sullo sfondo di questa vacanza assolata e idilliaca.

Due settimane in settembre non è un libro in cui accadono grandi cose, come detto prima è più un lungo resoconto di una vacanza e dei cambiamenti che il tempo inevitabilmente porta con sé. E’ la storia di una famiglia come tante, che non ha niente di più o di meno di altre, ma che allo stesso tempo affronta temi in cui tutti noi possiamo bene o male immedesimarsi.
Sicuramente non è una lettura per tutti, ma io l’ho trovata estremamente piacevole: lo stile di scrittura non risulta mai prolisso o barocco, è fluido e semplice, garantendo a chi legge una lettura spedita.
Una gran bella scoperta, un titolo che consiglio a chi ama i romanzi famigliari conditi con un pizzico di quella storicità tipica della prima metà del ‘900 che rende tutto più bello.

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