giovedì 23 febbraio 2023

Gli Invisibili [RECENSIONE]

 


Autore: Pajtim Statovci
Casa Editrice: Sellerio editore
Pagine: 232
Prezzo: 16 €


Trama: Si innamorano già dal primo incontro, seduti al tavolino di un bar. Arsim è albanese, Milos serbo, vivono a Pristina, in Kosovo, a metà degli anni Novanta, studiano all'università. Per entrambi la cultura di provenienza rifiuta le relazioni tra uomini. Eppure la loro storia sembra perfetta, l'anima e il corpo, lo spirito e la carne, Romeo ha trovato Romeo. Anche se Arsim è sposato, a seguito di un matrimonio combinato voluto dai genitori. Di lì a qualche mese la guerra sconvolgerà le loro vite, serbi contro albanesi, milioni di profughi, una ferocia efferata che scatena il terribile naufragio di una nazione. Arsim e Milos avevano un sogno, e quel sogno è impossibile. Arsim partirà con la famiglia verso un paese straniero, Milos si arruolerà come medico, vivrà in pieno la disumanità della guerra. Il primo diventerà un marito violento, un padre tirannico, il secondo sembra sprofondare nell'oscurità. Storia di una grande passione che si infrange contro una realtà assurda e al tempo stesso atrocemente vera, "Gli invisibili" è un romanzo di rabbia e tenerezza spiazzanti che racconta in un unico sguardo l'amore e l'orrore e indaga con lucidità il ricatto implacabile dei desideri che ci torturano, perché «i sogni corrono dietro alle menzogne che diciamo a noi stessi». Come è possibile sopravvivere quando non puoi essere quello che sei, quando bisogna nascondersi dal mondo e nel mondo? È un quesito che vale ancora oggi, persino da noi, e in molti paesi d'Europa, e Pajtim Statovci ha la grazia di narrare la Storia nel riflesso dello specchio più intimo e nascosto, di affrontare paure e verità con una prosa luminosa e uno sguardo delicato, con un virtuosismo che eleva la sua arte in una dimensione che non ha tempo e luogo. La giuria del Finlandia Prize, il più importante premio letterario finlandese, ha scritto: «Questo è un romanzo che incanta grazie al potere della sua lingua. Una storia di umana follia, di perdita e crudeltà, ma anche di amore e devozione».




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"Non è straordinario che un essere umano, come per umiliarsi, possa fare ripetutamente l'errore di credere che si possa recuperare il tempo perduto? E quanto il tempo diventi importante solo quando è perduto?"


Ambientato tra la metà degli anni '90 e i primi anni del 2000, Gli Invisibili è il terzo romanzo dell'autore finlandese di origini kosovare. Acclamato da pubblico e critica, il romanzo è stato portato in Italia dalla casa editrice palermitana Sellerio, che già aveva pubblicato il suo secondo libro, Le Transizioni.
Come quest'ultimo, anche Gli Invisibili (Bolla in lingua originale) tratta della guerra che ha dilaniato i balcani negli anni '90, dove due popoli - qui rappesentati dai due protagonisti - si sono odiati e distrutti senza mezze misure; come il suo secondo libro, anche questo mi ha sconvolta, fatta arrabbiare e colpito come pochi altri, anche grazie a dei protagonisti che si amano e si odiano nello stesso momento e uno stile di scrittura che sa tenere incollato chi legge alle pagine.

E' incredibile, infatti, la maestria con cui Statovci racconti di personaggi pieni di orrore, fragilità, odio e disperazione proprio come la sua (e la loro) terra d'origine. Arsim e Milos, proprio come Bujar, il personaggio delle Transizioni, sono dei protagonisti che pagano il prezzo di vivere in quella terra distrutta dalla guerra a inizio degli anni '90, dove diffidenza, miseria, crudeltà e disperazione si intrecciano e si fondono. Arsim e Milos, che conosciamo prima come due ventenni universitari e poi come due uomini adulti totalmente cambiati dalle vicissitudini della vita, sono in egual modo vittime e carnefici, due anime tormentate che non sanno come chiedere scusa per le azioni terribili che commettono e che alla fine si ritrovano ad essere solo l'ombra dei ragazzi che sono stati un tempo, pieni di sogni e speranza, anche quando di sogni e di speranze c'era ben poco.

"Con te dovrei scusarmi per aver mentito su tante cose. A volte è come se il male che vedi diventasse il male che fai"


Statovci non chiede mai scusa per quello che scrive: diretto e destabilizzante, ti catapulta in un mondo feroce, dove l'amore dura poco, il tempo di un'estate e deve essere nascosto. Poche sono le gioie regalate ai protagonisti, pochissime le pagine in cui possono davvero godere del loro amore segreto. Tutto il resto è solo violenza, anime che piano piano si lacerano, lasciando gusci vuoti.
Nelle parole di Arsim, nei diari di Milos, si affrontano temi delicatissimi, spesso disturbanti: Statovci non ha mezze misure, come ho detto prima non chiede scusa e credo che stia proprio in questo la forza dei suoi libri. Ancora una volta la sua penna fa un lavoro egregio nel narrare la Storia di un popolo che ancora poco viene narrata, la sua storia, e io da lettrice posso solo ringraziarlo per questo e consigliere i suoi romanzi.

venerdì 9 dicembre 2022

I Nostri Cuori Imperfetti [RECENSIONE]

 


Autrice: Melissa Albert
Casa Editrice: Rizzoli
Pagine: 320
Prezzo: 17 € (cartaceo) - 9.99€ (ebook)



Trama: La magia scorre profonda in questa famiglia. Ma ancora più profondi sono i suoi segreti. Segreti. Bugie. Scelte decisamente sbagliate. Stregoneria. Periferia. Adesso. L’estate di Ivy, diciassette anni, non è cominciata per niente come si era immaginata: prima l’incidente d’auto di ritorno dalla festa di fine anno; poi finisce in punizione per essersi comportata in maniera irresponsabile salendo in auto con un ragazzo ubriaco; e soprattutto l’apparizione di una strana ragazza in mezzo alla strada nel cuore della notte. E questi saranno solo i primi di una serie di eventi che scombussoleranno la vita di Ivy. Con il trascorrere dei giorni si ritroverà sopraffatta da doni inquietanti, stralci di ricordi e un segreto che in realtà conosce da sempre: sua madre è molto, molto di più di quello che lascia apparire. Città. Allora. Dana è sempre stata una ragazzina percettiva. L’estate in cui compie sedici anni, con la complicità della sua migliore amica e di una misteriosa ragazza più grande, i suoi doni sbocciano e la catapultano in una dimensione sovrannaturale. A mano a mano che le loro aspirazioni si fanno sempre più oscure, le tre ragazze si ritrovano a correre veloci verso un violento punto di rottura. Molti anni dopo, la storia di Ivy e Dana arriva al regolamento dei conti tra una madre e sua figlia, e le oscure forze che non avrebbero mai dovuto destare.



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"Una madre può essere una fotografia. Una madre può essere una santa. Un fantasma. Una sagoma benedetta che appare nel luogo in cui è scomparsa. Una madre può essere un coltello da cucina, uno scalpello. Una madre può modellare e distruggere"



I Nostri Cuori Imperfetti è l'ultimo lavoro di Melissa Albert, già famosa per romanzi young adult come Oltre il Bosco e Il Paese del Buio. Come i precedenti, anche questo libro è stato portato in Italia da Rizzoli, che mi ha gentilmente inviato una copia e dato la possibilità di leggerlo.
Confesso che quando Chiara mi ha contattata per leggere questo romanzo non ero sicura che fosse nelle mie corde: chi mi segue con costanza su Instagram e qui sul blog sa che oramai
leggo raramente libri con protagoniste sedicenni, ma questo romanzo mi ha incuriosito e attirato, portandomi a dargli una possibilità. Col senno di poi posso dire di aver fatto la scelta giusta, perchè non solo mi è piaciuto moltissimo, ma mi ha anche aiutata a uscire dal blocco del lettore in cui stavo rovinosamente precipitando.

Ambientato tra la Chigaco del passato e del presente, sviluppato su due linee temporali diverse, il libro della Albert ci presenta la storia di Dana e Ivy, rispettivamente madre e figlia, e il loro rapporto con la magia e le conseguenze (positive e negative) che questa ha avuto sulle loro vite.
Il rapporto madre/figlia è infatti al centro della narrazione, pilastro su cui si basa il libro, ed è per me l'aspetto più interessante: attraverso il punto di vista di Dana, infatti, scopriamo una giovane totalmente diversa dalla madre che Ivy conosce, dalla donna silenziosa che nasconde segreti indicibili, che non ha mai rivelato a nessuno se non alla sua migliore amica, Fe. Dall'altra parte abbiamo poi Ivy, una giovane ragazza apparentemente comune, che ha una vita molto simile alle sue coetanee: tutto cambia una notte in cui per strada il suo ex rischia di investire una ragazza che, non si sa come, conosce il suo nome. Da qui in poi, Ivy viene catapultata in un gioco più grande di lei, iniziato molto prima della sua nascita - e che, senza saperlo, le è già costato tantissimo.

"Eravamo come anatroccoli bagnati, verdi come foglie; credevamo con tutti i nostri cuori imperfetti che fossimo noi a scrivere la storia"


Tra le altre tematiche che ho apprezzato ci sono sicuramente quello della magia, tanto meravigliosa e utile quanto oscura e terribile se usata in modo irresponsabile, e l'amicizia tra Dana e Fe: per Dana questo è l'unico rapporto che l'accompagna da tutta la vita e che mai, neanche nei momenti più bui, viene intaccato. Leggendo non si può non provare un briciolo di invidia per queste amiche che sono quasi sorelle e desiderare per se stessi un legame simile.

La Albert sviluppa una narrazione fluida e scorrevole, riesce a creare un libro in grado di tenerti incollato alle pagine dal primo all'ultimo capitolo. La tensione cresce passo passo, ti tiene in sospeso fino alla fine, quando si raggiunge il picco e tutte le domande trovano finalmente una risposta. Se ancora non si fosse capito, promuovo a pieni vosti questo romanzo e ve lo stra consiglio! Attenzione, però: qui nessun coniglio è al sicuro e alcune scene potrebbero disturbare le persone più sensibili! Leggete i trigger warning prima di iniziare.

venerdì 25 novembre 2022

L'Ampolla di Vetro [RECENSIONE]

 

 

 Autrice: Beatrice da Vela
Casa Editrice: Nua Edizioni
Pagine: 300
Prezzo: 18 € (cartaceo) - 4.99€ (ebook)


Trama: Mentre in Italia si avvicina l’ombra lugubre della Grande Guerra, in Val d’Elsa, la terra del vetro verde nel cuore della campagna toscana, si intrecciano le vite di quattro giovani, che il destino deciderà di unire.
Nanni è un gigante, attaccabrighe e amante delle belle donne, cresciuto con il mito della nazione e della patria. Sua moglie, Verdiana, lo ha sposato per amore, perdendo famiglia e ricchezze.
Felice è un colto vetraio socialista che non tollera le ingiustizie.
Anita, determinata a diventare maestra, sogna una vita di avventure come quelle delle eroine dei suoi libri.
Intorno a loro si sviluppano la quotidianità, le delusioni, gli amori e i misteri di due comunità, quella di Certaldo e quella di Castelfiorentino. La storia di quattro persone, la storia di tutti: il primo capitolo di una nuova saga familiare.


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"Aveva imparato dai suoi libri che la violenza generava sempre violenza e che gli uomini, fatta la guerra una volta, parevano pigliarci gusto a voler continuare"


Esce oggi, 25 Novembre, l’Ampolla di Vetro, primo di una serie di romanzi storici a tema familiare di Beatrice da Vela, che ho avuto la possibilità di leggere in anteprima grazie a Nua Edizioni, che mi ha gentilmente inviato una copia.

Le vicende iniziano poco prima del primo conflitto mondiale, a ridosso dell’inizio della Campagna di Libia del 1913 e si svolgono in Italia, precisamente in due piccoli paesi della Toscana: Certaldo e Castelfiorito. Qui vivono i nostri quattro protagonisti, due giovani uomini e due altrettanto giovani donne, che seguiremo nel corso degli anni, imparandoli a conoscere e assistendo alle loro gioie e ai loro profondi dolori. La prima coppia che seguiamo sono Nanni – detto Nannilungo – e sua moglie Verdiana: il primo è un uomo orgoglioso, con un forte senso della patria, che ha servito come soldato semplice in molte guerre ed è i primi ad arruolarsi quando in Europa le varie nazioni decidono di entrare in conflitto tra loro; Verdiana, invece, è la figlia di un ricco commerciante di pasta, che per amore di Nanni ha rinunciato a una vita di agiatezze. E’ una moglie devota, una madre fantastica, ma è anche una donna risoluta, che sa far di conto molto meglio dei suoi fratelli maschi e non si perde mai d’animo.
A loro due si contrappongono Felice e la più piccola dei protagonisti, Anita: il primo è un ragazzo apparentemente schivo (causa anche la menomazione di una delle sue gambe),  un socialista convinto che sa lavorare il vetro con maestria e che ama la cultura e i libri tanto quanto Anita, che sogna l’indipendenza e studia per diventare maestra. Loro due sono molto diversi da Nanni e Verdiana, eppure in alcuni momenti si scoprono molto simili, specialmente quando si parla della propria famiglia e dell’affetto dei loro cari.

Ne l’Ampolla di Vetro assistiamo a uno spaccato di quotidianità che, nel suo piccolo, riesce a delineare magistralmente la Storia del nostro paese in quegli anni: con uno studio attento e minuzioso, che affonda le radici nella storia dell’autrice stessa, riviviamo vividamente quel periodo storico in cui la società cambia radicalmente e i ruoli si ribaltano. La guerra, infatti, prende alla sprovvista tutti, rivelandosi molto più lunga del previsto e costringendo le donne a prendere le redini della casa, della propria vita, e dimostrare il proprio valore. Al contempo, gli uomini devono fare i conti con il fronte, con le bombe e le trincee da cui molti non torneranno; seppure la morte tocchi solo di striscio i nostri protagonisti, è innegabile come questa distrugga il paese, anche quando gli uomini tornano dal fronte – tornare non significa sempre salvezza, perché molte sono le ferite visibili e invisibili che i soldati si sono portati loro malgrado a casa.
Attraverso Nanni, Felice, Verdiana e Anita assistiamo proprio a tutte queste cose, in modo diverso ma ugualmente importante, sottolineando che tutti – anche chi rimane a casa, impossibilitato a servire il proprio paese come lo stato richiede – sono importanti per il domani, per quel futuro incerto che solo alla fine porterà la vittoria tanto agognata.

Il punto forte del romanzo sono sicuramente i personaggi – non solo i quattro citati, ma anche i personaggi minori. Ognuno di loro, infatti, viene sviluppato nei minimi dettagli, dando vita a un romanzo corale figlio del suo tempo (non troverete nessun tentativo di modernizzare alcunché qua dentro e per fortuna direi) dove anche il lettore diviene parte integrante di questa piccola comunità. Tosca, Giovanna, I’Mena, Beppe e persino la piccola Aida non sembrano personaggi di un romanzo, ma vere e proprie persone, a cui non puoi non affezionarti. Terminato il libro, mi sono subito mancati tutti e avrei voluto leggere ancora e ancora – infatti spero che il secondo capitolo di questa serie esca quanto prima.

Il libro della da Vela è una chicca tutta italiana che non si può non leggere se si è amante dei romanzi storici, ma anche di quei titoli nostrani che ci fanno riscoprire le nostre radici, catapultare in un mondo forse lontano da noi, ma che è giusto non dimenticare nonostante le parentesi buie.



sabato 19 novembre 2022

Il Ritorno del Soldato [RECENSIONE]

 



Autrice: Rebecca West
Casa Editrice: Fazi Editore
Pagine: 144
Prezzo: 16 € (cartaceo) - 8.99€ (ebook)




Trama: In una casa signorile sulle colline inglesi Kitty e Jenny, come molte connazionali, attendono trepidanti il ritorno di un uomo. Il soldato Chris Baldry, marito di Kitty e cugino di Jenny, si trova «da qualche parte in Francia» a combattere. Nessuna delle due immagina che a varcare la soglia sarà un estraneo, un uomo segnato dalla guerra in maniera indelebile, illeso nel corpo ma dalla psiche martoriata. Insieme al ricordo delle granate e delle membra dilaniate di tanti commilitoni, il trentaseienne Chris ha rimosso gli ultimi quindici anni della propria vita: non rammenta nulla del matrimonio con l’aristocratica Kitty né della tragica perdita del loro figlio, avvenuta poco prima della guerra. I suoi ricordi si fermano alle estati della giovinezza nella casa di famiglia e al primo amore, quello per Margaret, la figlia di un fattore locale. È a lei che scrive annunciando il proprio ritorno imminente e, per un crudele scherzo del destino, è proprio da lei che Kitty e Jenny ricevono la notizia. Le due donne dovranno affrontare una scelta difficile: lasciare che Chris rimanga felicemente inconsapevole della sua vera vita o aiutarlo a richiamare alla memoria i traumi del passato.


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"Il dolore non è la pura melanconia che immaginano i giovani. E' come l'assedio in una città tropicale. La pelle si secca, la gola è riarsa come se si vivesse nella calura del deserto. L'acqua e il vino hanno un sapore caldo in bocca e il cibo ha la sostanza della sabbia. Si ringhia a quelli che ci stanno intorno e i pensieri pungono nel sonno come zanzare..."



Dopo la trilogia della Famiglia Aubrey e altri romanzi altrettanto chiacchierati, Fazi pubblica il romanzo d’esordio di Rebecca West, che ho avuto la possibilità di leggere in anteprima.
Pubblicato nel 1918, praticamente in contemporanea rispetto al periodo in cui si svolgono le vicende, il romanzo tratta questioni delicate come il primo conflitto mondiale e le ferite invisibili che colpiscono l’animo e la mente dei soldati di ritorno dal fronte.

Protagoniste del romanzo sono tre donne, Jenny, la nostra narratrice, Kitty e Margaret; a dividersi il loro sfaccettato e complicato amore c’è Chris, il soldato che torna dal fronte incompleto, con un amnesia che gli ha fatto dimenticare gli ultimi quindici anni di vita. Niente è rimasto in lui del suo matrimonio con la bella Kitty, della vita che hanno vissuto nella maestosa tenuta di campagna di Baldry Court, o ancora del lutto che ha colpito entrambi quando, cinque anni prima, il loro unico figlio è scomparso prematuramente.
Tutto ciò che Chris ricorda, e di cui non può vivere senza, è Margaret, la donna che ha amato in gioventù e l’unica che sembra in grado di dargli pace e la serenità di cui la sua mente dilaniata ha bisogno.

Inizia così un racconto fatto di ricordi spezzati e a lungo tenuti nascosti, di un tempo in cui la guerra era lontana e con lei i traumi della trincea: il soldato vive in un mondo tutto suo, crogiolato in quella amnesia che gli dà pace, una pace che si incarna in Margaret, donna salvifica che ha una funzione di Beatrice contemporanea. A lei e solo a lei si concede tutto, questa donna che all’esterno viene spesso descritta come vecchia, povera, che trascorre una vita in un matrimonio altrettanto povero e squallido.
In contrapposizione a lei c’è Kitty, il presente, la società edwardiana fatta di salotti e feste, che ora si trova sull’orlo del precipizio: Kitty è un personaggio che inizialmente risulta sgradito, a cui, al contrario della perfetta Margaret, non si perdona nulla, anzi la West non perde occasione, attraverso i pensieri di Jenny, di sottolineare quanto sia inadatta e inutile. Per lei ho provato molta pena: Kitty è anche lei una vittima degli eventi, eppure a nessuno interessa sentire la sua voce; l’autrice stessa la zittisce, relegandola sullo sfondo, al ruolo di personaggio fastidioso, che non ha neanche diritto di manifestare il proprio dolore o il proprio lutto. Sinceramente non mi è piaciuto com’è stata ingiustamente trattata, i pensieri che Jenny le riserva, il modo in cui tutto il suo mondo viene rotto di prepotenza, dissacrato anche nei luoghi più sacri come la nursery del proprio figlio.  Se Rebecca West le avesse concesso la parola, secondo si sarebbe potuto creare un personaggio sfaccettato e molto interessante…
Infine veniamo a Jenny, la cugina di Chris, la persona che ci narra dal suo punto di vista gli avvenimenti che accadono nel giro di qualche settimana: Jenny è un personaggio mediocre, nel senso che non è buono e neanche cattivo, esiste a basta, ha la sola funzione di narrare, mentre risulta inutile nel progredire degli eventi. Nessuno è davvero interessato a lei, neanche Chris, con cui ha condiviso l’infanzia e giornate infinite a Baldry Court; solo Margaret si confessa alla sua presenza, anche se queste confessioni sembrano inserite più ai fini della trama – quindi per sottolineare la perfezione e la beatitudine della donna – che per mettere in luce Jenny. Insomma, per me Jenny è quella cugina/persona che sta sempre in mezzo ai piedi, che si impiccia di tutto, ma di cui se ne può fare a meno. Per quanto mi riguarda, probabilmente avrei preferito un narratore onnisciente che questa voce spesso fastidiosa e ponta a elargire giudizi e critiche non richieste.

Il Ritorno del Soldato si inserisce tra i romanzi che trattano in varie maniere la questione della guerra e cosa questa ha comportato per gli uomini. Il tema di quella che venne chiamata war neurosis o shell shock è presente in romanzi ben più noti come La Signora Dalloway di Virginia Woolf o negli scritti di coloro che la guerra l’hanno vissuta in prima persona. I poeti di guerra sono tanti in quei tempi, molti di loro moriranno suicidi, vittime di un “guasto della guerra” che ha messo in discussione tutto, non solo le dinamiche sociali, ma anche la stessa figura del soldato, non più eroe trionfatore senza macchia, ma uomo fragile e spezzato, i cui resti difficilmente sono rimessi insieme.

Ben conscia che questo sarebbe stato il tema principale di questo romanzo, mi sono buttata a capofitto della lettura, impaziente di trovare una trama più dinamica, un’analisi più approfondita di questa problematica: volevo amare ogni personaggio, volevo entrare davvero nella psiche di Chris, essere disturbata dalla sua storia e dal dolore che la perdita di memoria dell’uomo amato avrebbe causato sulla sua famiglia. Le promesse, purtroppo, non sono state mantenute: come già accennato, il soldato è una macchietta sfuggente, la sua voce è flebile, fugace, si sente pochissime volte. Non sono riuscita in nessun modo ad empatizzare con lui, a volergli bene, ad arrivare alla conclusione del libro davvero interessata al suo futuro.
La stessa cosa vale anche per gli altri personaggi – l’unica per cui ho provato qualcosa è stata Kitty – che avrebbero dovuto reggere il peso di questo romanzo breve, ma che alla fine ne vengono schiacciati.
Alla fine non c’è nessuna gioia per nessuno di loro, come non c’è gioia per il lettore: credo che, semplicemente, al termine di questo romanzo tutti quanti – lettori compresi – ne escono perdenti.

sabato 15 ottobre 2022

Foundryside [REVIEW PARTY]

 



Autore: Robert Jackson Bennet
Casa Editrice: Mondadori - Oscar Vault
Pagine: 600
Prezzo: 19 € (cartaceo) - 9.99€ (ebook)


Trama: Sancia Grado è una ladra, e una ladra tremendamente brava. Il suo ultimo obiettivo, un magazzino sorvegliatissimo sul molo di Tevanne, non sembra per niente fuori della sua portata. Ciò che Sancia non sa è che quello che le hanno chiesto di rubare è un manufatto dal potere inimmaginabile, che potrebbe rivoluzionare la tecnologia magica delle istoriazioni. Le compagnie mercantili che controllano questo potere – l'arte di usare speciali segni per far diventare gli oggetti quotidiani senzienti – l'hanno già usato per trasformare Tevanne in una spietata macchina capitalista. E se dovessero riuscire a decifrare i segreti del manufatto, riscriverebbero il mondo stesso per adattarlo ai loro scopi. Nemici potenti vogliono Sancia morta e il manufatto per sé. E nella città di Tevanne non c'è nessuno che possa fermarli. Per avere una possibilità di sopravvivere e di fermare il letale processo che si è messo in moto, la ragazza dovrà schierare alleati improbabili, imparare a sfruttare il potere del manufatto e, soprattutto, dovrà trasformarsi in qualcosa che non avrebbe mai immaginato.


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Dopo tanta attesa è stato finalmente pubblicato anche in Italia Foundryside, il primo capitolo di una trilogia fantasy che si prospetta essere originale e piena di colpi di scena. Oggi, finalmente, ve ne parlo in occasione de Reviewparty organizzato grazie a Mondadori insieme ad altre belle personcine.

Le vicende presentate in questo primo libro si svolgono interamente a Tevanne, città con forti richiami all'Italia rinascimentale - in particolare quella dei mercanti veneziani e della repubblica di Firenze - dove il potere è in mano ai pochi e la maggior parte della gente vive in quella zona decadente chiamata Foundryside, una striscia di terra dove non ci sono regole o leggi. Qui vive Sancia, giovane ladra scaltra e dal passato misterioso; a lei, infatti, verrà affidata una missione che sembra impossibile: rubare un oggetto prezioso e da molti bramato, simbolo di un passato distrutto e avvolto nel mistero. Ovviamente, nel reccuperare questo oggetto qualcosa andrà storto e, suo malgrado, Sancia si ritrovarà immischiata in una serie di complotti e segreti spesso più grandi di lei.
Insieme a lei troviamo altri personaggi molto ben delineati, a cui ci si affezione nel corso della lettura: se Sancia è infatti un'eroina a cui non si può non voler bene, forte e fragile, con un passato doloroso alle spalle e tanti, tantissimi soprusi subiti, anche gli altri protagonisti non sono da meno. Gregor, Orso, Berenice, ma anche il misterios Clef, sono splendidamente caratterizzati, con molte debolezze, segreti e traumi subiti. La caratterizzazione di ognuno di loro è magistralmente eseguita ed è sicuramente uno dei grandi punti di forza di questo libro.

Altro punto di forza del romanzo di Bennett è certamente il sistema magico, un sistema con forti richiami allo steampunk, che l'autore americano ci presenta come intricato (alle volte anche troppo) e basato su iscrizioni capaci di comandare gli oggetti a loro piacimento o, addirittura, rendere questi senzienti. Proprio la capacità di maneggiare questa antica arte è ciò che distingue i ricchi mercanti dai comuni cittadini. A questa, inoltre, essi associano la conoscenza presente nei libri, la sapienza che questa porta, e lo studio di antiche civiltà dove gli Occidentali, anche chiamati Ierofanti, erano in grando di elevarsi a déi attraverso iscrizioni complesse e criptiche.
 

Insomma, un libro alla volta complesso, alle volte anche troppo, composto da tanti termini usati per spiegare le varie funzioni di ogni cosa; spesso questo mi ha fatto sentire confusa durante la lettura e avrei avuto bisogno non solo di una mappa, ma anche di un glossario o uno schema riassuntivo di ogni termine. Spero che nel prossimo libro, Shorefall, questa mancanza venga colmata. Nonostante questo intoppo, però, la maestria di Bennett è innegabile.

Parliamo poi dello stile: ti cattura subito, non solo per il suddetto sistema magico, ma anche perchè sa ben bilanciare dialoghi e scene d'azione con le descrizioni e le emozioni, senza che un aspetto surclassi l'altro. Soprattutto nella parte finale del libro l'azione è al centro della narrazione, ma non annoia mai e non è mai ripetitiva: come lettrice sono stata incollata al romanzo fino all'ultima pagina, emozionandomi e soffrendo insieme ai personaggi, sperando per il meglio. Foundryside mi ha stupito davvero tanto, e spero con tutto il cuore che anche i successivi siano all'altezza, anzi che siano anche meglio!

Consiglio senza pensarci due volte di leggere Foundryside, una chicca tenuta troppo a lungo nascosta nascosta e che ora sta avendo il giusto riconoscimento, e prometto che non ve ne pentirete!
Grazie a Mondadori per avermi dato la possibilità di (ri)leggere questo libro e alle ragazze che hanno partecipato all'evento.


mercoledì 12 ottobre 2022

Gioventù (Trilogia di Copenaghen #2) [RECENSIONE]

 


Autrice:
Tove Ditlevsen

Casa Editrice: Fazi Editore
Pagine: 176
Prezzo: 15 € (cartaceo) - 8.99€ (ebook)


Trama: Dopo Infanzia, il secondo capitolo della trilogia di Copenaghen, grande classico della letteratura danese oggi riscoperto e acclamato a livello internazionale.
La piccola Tove è cresciuta in fretta: costretta ad abbandonare la scuola molto presto, a quattordici anni compie i primi passi nel mondo del lavoro. Indossato il vestito buono e infilato il grembiule in cartella, di prima mattina si presenta a casa della signora Olfertsen, che l’ha assunta come domestica. Durerà soltanto un giorno, e sarà la prima di una serie di esperienze mortificanti. Lasciata l’abitazione dei genitori, la ragazza si sistema in una stanzetta fatiscente; la notte dorme col cappotto addosso e deve sottostare a una padrona di casa nazista, ma quei pochi metri quadrati sono solo suoi. Insieme all’emancipazione arrivano nuove amicizie, vita notturna, e la scoperta degli uomini, con cui vive degli incontri maldestri e mai veramente desiderati. Lei ha fame d’altro: di poesia, di amore, di vita vera. Mentre l’Europa scivola nella guerra Tove, determinata nel perseguire la sua vocazione poetica, va per la sua strada, lungo il difficile cammino verso l’indipendenza. Uno sguardo sempre più affilato, una personalità sempre più definita: costantemente in bilico tra una libertà appena conquistata e lo spaesamento che questa comporta, comincia a delinearsi il tipo di adulta che diventerà.
Gioventù è il ritratto straordinariamente onesto e coinvolgente di una fase cruciale della vita, e Tove Ditlevsen, ancora una volta, ha un grande merito: nel raccontarci di sé ci rivela qualcosa su tutti noi.

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A poco più di sei mesi dall’uscita di “Infanzia” torna in libreria per Fazi Editore, che ringrazio per avermi dato la possibilità di leggerlo in anteprima, Tove Ditlevsen con il suo secondo capitolo della trilogia di Copenaghen: Gioventù.

Trascorsi gli anni spensierati dell’infanzia ritroviamo la giovene Tove, ora quattordicenne, nella sua piccola e modesta casa nel quartiere di Vesterbro dove vive insieme alla madre, donna esigente e che per la figlia ha solo in mente un matrimonio vantaggioso, e al padre, socialista che si rabbatta tra un lavoro e l’altro. Tove sogna l’emancipazione dalla sua famiglia, un'indipendenza sociale ed economica che arriverà solo con la maggiore età, oltre che potersi mantenere con ciò che più ama al mondo: la poesia.
Non è una sorpresa, dunque, coglierla nelle primissime pagine del romanzo a barcamenarsi nel suo primo lavoro, che durerà soltanto un giorno, e successivamente a ritagliarsi il suo posto in una società – e una città – difficile dove la povertà è sempre dietro l’angolo e il malcontento della gente cresce di giorno in giorno. Tra un lavoro e l’altro, Tove inizia a esplorare la vita mondana danese, grazie anche alla sua nuova amica, Nina, che la aiuterà a conoscere i primi ragazzi e a capire come muoversi nel complicato mondo delle relazioni uomo-donna. Da qui inizia anche una riflessione sulla femminilità, sul sentirsi accettata dai suoi coetanei, sulla propria sessualità e come questa sembra essere percepita dalla scrittrice in modo diverso rispetto alle altre ragazze che incontra. La Ditlevsen, infatti, non si ritiene bella e ribadisce più volte il disinteresse della maggior parte dei ragazzi nei suoi confronti: i suoi vestiti sono fuori moda, i suoi denti cariati, i suoi capelli male acconciati e quasi sempre sporchi. Il suo ceto sociale le preclude semplici lussi come una doccia in casa – fa sorridere quando, verso la fine del libro, Tove farà la sua prima doccia in casa dell’editore che pubblica la sua prima poesia – e anche quando finalmente riuscirà a lasciare la casa paterna le cose non andranno meglio, anzi. Ma tutto è passeggero, così come lo è la gioventù, che la stessa autrice definisce come “provvisoria, fragile e incostante”, una parentesi della vita “fatta per lasciarsela alle spalle”"

Gioventù si può dunque definire come una lunga cronaca di avvenimenti quotidiani che si susseguono per poco più di quattro anni: siamo alla fine degli anni ’30, il malcontento sta crescendo in Europa e in Danimarca, ma noi ci ritroviamo a leggere le vicende di una ragazza come tante di quell’epoca, fatta di alti e bassi. Nelle centosettanta pagine che compongono il romanzo non c’è azione, non succedono cose strabilianti, eppure non si può fare a meno di essere catturati dalla tenacia e dai sogni di questa giovane, di soffrire davanti all’alienazione che la pervade o gioire con lei quando si intravede uno spiraglio di luce. A differenza di Infanzia, però, qui iniziamo ad essere informati del contesto politico che sta cambiando, della guerra imminente e delle sciagure che questa porterà: dall’abdicazione di re Edoardo, all’invasione dell’Austria da parte della Germania nazista, continuando per quella della Polonia che porterà l’Inghilterra a dichiarare guerra, l’autrice ci dà briciole di informazioni che sono fondamentali e che cambiano il tono della storia man mano che questa procede. Inoltre, la poetessa danese ci fa capire come anche la sua vita, una vita apparentemente insignificante di ragazza di periferia, sarà per forza di cose segnata da questi avvenimenti. Tutto, insomma, sta cambiando e ci si prepara a quello che accadrà nell’ultimo capitolo di questa particolare biografia.

Come successo con “L’Educazione” di Tara Westover, in questi due romanzi – Infanzia prima e Gioventù adesso – fa specie il distacco con cui l’autrice parla di sé stessa: mai una volta sembra di leggere una biografia classica, al contrario lo stile di scrittura lascia pensare che questa storia sia romanzata, che parli di un’altra Tove, di un’altra vita e non quella della stessa autrice. Il lavoro di penna della Ditlevsen è davvero notevole, sicuramente il suo punto forte, risultando così distaccata ma empatica con i lettori nello stesso momento. Ancora una volta mi sento di consigliere questo titolo, un manifesto di forza ed emancipazione femminile da poco riscoperto, che fa conoscere al mondo la vita di una delle poetesse scandinave più famose e talentuose del XX secolo.
 

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